Racconto questa storia perché è una cosa che ho vissuto come figlio di 2 genitori anziani! E devo dire ne sono demoralizzato!

Ogni due anni, superata una certa età, un anziano si reca dal medico, risponde ad alcune domande, esegue qualche controllo di routine e torna a casa con la patente rinnovata. Tutto regolare, tutto in ordine. Eppure, quella firma su un modulo non certifica davvero nulla di ciò che conta davvero: se quella persona è ancora in grado di guidare in sicurezza.

Il problema non è l'assenza di una legge. La legge esiste. Il problema è la leggerezza con cui viene applicata, e il silenzio imbarazzante che circonda una questione di sicurezza pubblica che riguarda tutti noi.

Un esame che non vede quello che dovrebbe vedere

Le visite mediche per il rinnovo della patente sono, nella loro struttura attuale, fondamentalmente inadeguate. Non perché i medici siano incompetenti, ma perché lo strumento stesso è sbagliato: un controllo momentaneo, eseguito in un ambulatorio, non può intercettare la complessità e la variabilità dello stato di salute di una persona anziana.

Cosa rimane fuori da quel controllo?

Moltissimo riguarda il vero stato di salute dell’anziano.

I cali di pressione improvvisi, i giramenti di testa, le crisi ipoglicemiche legate al diabete. Le forme lievi di demenza, quelle che non si vedono in una conversazione di dieci minuti ma che in un incrocio affollato possono trasformarsi in disorientamento letale. I riflessi rallentati, la mobilità ridotta, la difficoltà a gestire stimoli multipli in un contesto stradale sempre più caotico e aggressivo. Nessuno di questi fattori è misurabile con un esame standard. Eppure tutti, concretamente, rendono la guida un rischio reale per se stessi e per gli altri.

Il risultato è un divario pericoloso: da un lato l'idoneità formale, dall'altro la reale capacità di stare al volante. E in mezzo, la strada.

La delega silenziosa alle assicurazioni

C'è un meccanismo perverso al centro di tutto questo, e vale la pena nominarlo chiaramente. Delegando a controlli superficiali la valutazione dell'idoneità alla guida, il legislatore scarica di fatto la gestione del rischio sulle compagnie assicurative. L'incidente avviene, il danno viene risarcito, e il sistema si racconta che ha funzionato. Ma un risarcimento non restituisce una vita. Non ripara un trauma. Non riporta indietro chi era nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Questo approccio reattivo non è una politica di sicurezza: è una rinuncia.

Cosa dovrebbe cambiare: due pilastri per una riforma seria

La proposta è scomoda, lo sappiamo già. Ma la scomodità non è un argomento contro la sua validità.

Il primo pilastro è l'introduzione di un test di guida su strada obbligatorio per il rinnovo. Non basta sapere se un anziano vede bene o se la pressione è nella norma: bisogna osservarlo mentre guida, in condizioni reali, valutando la sua consapevolezza situazionale, la reattività, la capacità di gestire l'imprevisto. Un esame clinico in ambulatorio non potrà mai sostituire questa osservazione diretta.

Il secondo pilastro è ancora più radicale, e per questo ancora più necessario: obbligare l'anziano a ripetere l'esame di guida completo, teorico e pratico, esattamente come lo sostiene un diciottenne al primo appuntamento in motorizzazione.

Questa misura risponde a due esigenze concrete: verificare che le regole del Codice della Strada siano ancora memorizzate e comprese, e assicurare che il guidatore sia aggiornato sulle normative introdotte negli anni, spesso profondamente cambiate rispetto a quando ottenne la patente la prima volta.

Di tutto questo ne avevamo già parlato in un nostro articolo sul rinnovo della patente. Leggi qui: https://www.geriatriko.com/quando-tolgono-la-patente-agli-anziani/

La resistenza prevedibile e perché non basta

Si può essere d’accordo o no… ma lo stato deve essere “paternalista” coi propri cittadini… non c’è via alternativa.

È ovvio che una proposta del genere incontrerebbe resistenza. Un anziano in buona salute, lucido, con decenni di guida alle spalle, percepirebbe questi obblighi come un affronto alla propria autonomia, una presunzione di colpa non meritata. Quella resistenza è comprensibile sul piano emotivo. Ma sul piano della politica pubblica non può essere l'argomento decisivo.

Il ruolo del legislatore non è quello di assecondare le preferenze individuali quando queste confliggono con la sicurezza collettiva. Un approccio paternalistico, in questo contesto, non è una deriva autoritaria: è semplicemente fare il proprio lavoro. Proteggere tutti, anche da situazioni in cui chi è a rischio non si percepisce tale, che è esattamente il caso più insidioso.

Chi guida bene non ha nulla da temere da un esame. Chi invece non è più nelle condizioni di farlo in sicurezza ha tutto da guadagnare da un sistema che lo accompagna fuori dall'abitacolo prima che accada qualcosa di irreparabile.

La strada? È uno spazio condiviso!

Tenerlo sicuro non è una questione di età: è una questione di responsabilità. Ed è tempo che il legislatore se ne assuma la sua, fino in fondo.