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Il cocktail della longevità

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Il cocktail della longevità Il cocktail della longevità
Martedì, 12 Ottobre 2021 - 

L’Italia, insieme agli Stati Uniti, Spagna e Giappone, è uno dei paesi con il maggior numero di centenari. Infatti, nell’ultimo decennio la percentuale delle persone che hanno raggiunto il secolo di vita è aumentata esponenzialmente. I dati ISTAT del 2019 contano poco più di 14.000 centenari di cui, l’84% sono donne.

L’interesse sui centenari è piuttosto recente. In modo particolare, l’attenzione da parte della psicologia dell’invecchiamento e della gerontologia (studio degli aspetti sociali, psicologici, cognitivi e biologici dell’invecchiamento) nasce dalla volontà di fare luce sulle peculiarità e sui fattori psicologici che sembrano caratterizzare gli individui centenari. 

Gli anziani centenari non sono tutti uguali…

Secondo il modello medico di Evert (2003; Perls, 2004), i centenari possono essere classificati in tre gruppi, utilizzando come criterio la presenza o l’assenza di patologie legate all’età. Quindi, all’interno della popolazione dei centenari, è possibile trovare:

  1. Centenari sopravvissuti: anziani che hanno una diagnosi di demenza o di deficit cognitivi prima degli 80 anni;
  2. Centenari ritardatari: anziani che hanno una diagnosi di deficit cognitivi agli 80 anni o dopo;
  3. Centenari fuggitivi: anziani che hanno compiuto 100 anni “sfuggendo” ai processi di invecchiamento, quindi senza diagnosi di demenza o di deficit cognitivi.

La categoria dei centenari fuggitivi, conosciuta anche come centenari d’élite, sembra essere quella più interessante dal punto di vista psicologico. Infatti, è proprio su di essa che si sono focalizzati gli studi allo scopo di comprendere meglio le variabili individuali e ambientali che hanno interagito per permettere ad un individuo di diventare così longevo.

Perls (2004), medico e fondatore del New England Centenarian Study, ha ipotizzato che i centenari fuggitivi rappresentino un caso di resistenza cognitiva all’invecchiamento e ai tipici disturbi che lo accompagnano, come le demenze o il decadimento cognitivo di altra natura (De Beni & Borella, 2015). Inoltre, la “fuga” potrebbe essere generata da quelli che in neuropsicologia si definiscono processi cognitivi di riserva, cioè tutto ciò che viene acquisito e appreso durante tutta la vita, sulla base delle esperienze vissute e, che può essere utilizzato per fronteggiare i cambiamenti neuropatologici tipici dell’invecchiamento.

L’aspetto più sorprendente è che “la fuga” è il risultato di un’interazione tra variabili genetiche e ambientali molto rara da ottenere. Infatti, il numero dei fuggitivi è modesto, appena il 15/20% del totale dei centenari.

Ma qual è il segreto della longevità?

A livello genetico, la componente familiare della “centenarietà” risulta essere molto forte. L’ipotesi è che possa esserci un insieme di geni condiviso all’interno della stessa famiglia, cruciale nel garantire la centenarietà, nel favorire la longevità e assicurando un invecchiamento indenne alle patologie dell’anzianità (De Beni & Borella, 2015).

Quali sono questi geni?

Sicuramente, tra gli anziani centenari sono meno frequenti le mutazioni a carico dell’apoliproteina E (ApoE, una proteina coinvolta nel trasporto del colesterolo). Viceversa, un aumento di mutazioni a carico dell’ApoE è tipicamente riscontrabile nella malattia di Alzheimer. Inoltre, negli anziani centenari si riscontrano meno mutazioni a carico dei geni che regolano lo sviluppo delle disabilità.

A livello psicologico, i centenari mostrano di essere individui estroversi, energici e dinamici, con un atteggiamento positivo verso la vita (De Beni & Borella, 2015). Inoltre, il loro equilibrio emotivo è dato da diminuzione delle emozioni positive in assenza di un aumento delle emozioni negative.

Davanti ad eventi percepiti come stressanti e debilitanti, i centenari, rispetto agli anziani più giovani, utilizzano strategie di coping cognitivo. Il concetto di coping si riferisce al modo in cui le persone fronteggiano situazioni minacciose e sfidanti allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress. Quindi, utilizzando una modalità di coping cognitivo, il centenario riconosce il problema e fa affidamento sulle proprie risorse, impegnandosi in un cambiamento attivo della situazione. Questo dato, è supportato anche da studi che hanno evidenziato come riportino punteggi bassi sulle scale di valutazione dell’ansia, ciò potrebbe significare che percepiscono le loro strategie di fronteggiamento come funzionali.

Perché bisogna mantenere gli anziani in costante attività?

A livello cognitivo, le abilità cristallizzate restano intatte. Questa abilità comprendono le conoscenze procedurali e generali che sono state acquisiste con l’esperienza e sono strettamente legate alla cultura. Ecco perché risulta fondamentale mantenere attive ed allenate le abilità cognitive, dedicandosi ad attività quotidiane stimolanti, adattate alle capacità cognitive e funzionali dell’anziano, come leggere un libro, ascoltare la musica, fare la lista della spesa o mantenere il conto delle proprie finanze.

Quindi…

La longevità quindi, dipende da un insieme di fattori che contribuiscono tutti all’aumento dell’aspettativa di vita e, tra questi, quelli psicologici e ambientali hanno un ruolo fondamentale. Sicuramente uno stile di vita sano può aiutare a prevenire o confinare i disturbi tipici degli ultimi anni di vita. Per esempio, i centenari sono accomunati da un’alimentazione ricca di verdura, da un moderato uso di alcol, dall’assenza del fumo e dall’essere persone che amano stare in compagnia e amano fare attività fisica.

Per questo, rappresentano un esempio di ciò che in gerontologia viene definito “invecchiamento di successo”.

Fonti:

De Beni, R., Borella, E. (2015). Psicologia dell’invecchiamento e della longevità. Bologna: Il Mulino.

Evert, J., Lawler, E., Bogan, H., Perls, T. (2003). Morbidity profiles of centenarians: survivors, delayers, and escapers. The journals of gerontology. Series A, Biological sciences and medical sciences, 58(3), 232-237.

Perls, T. (2004). Dementia-free centenarians. Experimental gerontolog, 39, 11-12.